Perché – sembrava sciocco anche solo pensarci- la gente non scatta foto nei giorni brutti.

Sbarazzarsi del passato era solo un modo per  non dover ammettere il proprio fallimento. E’ il futuro che fra poco tutti avrebbero raccolto con tanta gioia, tempo dodici mesi sarebbe diventato vita inutile da dimenticare.

E’ sempre strano quando la tua vita si ferma e invece quella degli altri va avanti, pensò. Era così che si sentiva. Bloccato nella propria vita.

Cerchiamo sempre di salvare gli altri per salvare noi stessi, pensò. E forse interpretare il ruolo del marito comprensivo lo aiutava a evitare il proprio dovere di affrontare la verità.

“I media sono cattivi, non lo sapeva?” […] “ma in fondo sono anche innocui se li neutralizziamo premendo con un tasto sul telecomando… solo che nessuno lo fa. Siamo tutti troppo curiosi.”

“La giustizia non fa ascolti, amico mio, la giustizia non interessa a nessuno.”

Questo è l’ultimo scritto di Carrisi. L’ho comprato e letto subito appena uscito.
Come i precedenti di Donato mi ha conquistata all’istante, e lo dico con gran piacere visto che quando lo lessi ero on crisi con l’ennesimo blocco del lettore.

La vicenda va a ritroso. Inizia dalla fine, nello studio del Dottor Flores e davanti a lui si trova il famoso investigatore Vogel ed è tutto sporco di sangue.
Come mai? Chi lo ha portato in quello studio psichiatrico?

Vogel è noto nelle trasmissioni televisive di cronaca nera, e deve riscattarsi dalla brutta figura fatta nell’ultimo caso.
Così quando scompare Anna Lou di 16 anni si precipita sul luogo per risolvere il caso, e sperare di trovare la ragazzina viva.
Il paese è piccolo e si conoscono un po’ tutti.

Per Vogel è importante tenere alta l’attenzione, e in questo i media sono proprio bravi e servono più a lui che al caso in se.  Basta centellinare le notize, esere vaghi e misteriosi, anche con dei piccolissimi dettagli i media riescono a fare fior fiore di ore di diretta televisiva.

In questo libro, Carrisi, è bravissimo a farci capire bene come funziona oggi lo strumento Tv. Lui ne sa, anche perché la fa, ma è proprio come funziona la nostra Tv che mi spaventa. Che mi preoccupa.

Sono stata anche io spettatrice di interi pomeriggi a guardare i programmi che trattano cronaca nera, come se non ne avessi mai abbastanza.
Ma siamo proprio sicuri che sia la cosa migliore? Che sia giusto?
La Tv è immediatezza, e rischiamo di farci intontire da questo strumento e perdere contatto con la realtà.

Bravissimo Carrisi per averci regalato questo libro così attuale, quasi da denuncia.
Perchè ricordiamoci che i processi non si fanno in televisione.

Il suggeritoreIl mio terzo Carrisi, coincide con il suo primo romanzo. Un vero pugno nello stomaco.. La bravura di Donato Carrisi è che ti cattura, ti incolla alla copertina e l’unica cosa che puoi fare, l’unica cosa che ti permette di fare è quella di girare le pagine, ancora, e ancora, e ancora… e così non ti accorgi che il tempo passa, che le ore scorrono e il pomeriggio è finito.

La storia è oscura, i personaggi sono tanti e all’inizio non pensavo di riuscire ad inquadrarli tutti, poi ci sono riuscita.
Il tutto inizia con la scomparsa di 5 bambine, di ceto sociale, cultura e situazione economica differenti. Le prime scomparse non vengono collegate, ma poi con la terza le autorità si mettono in allerta.
Ma si scoprirà presto che in realtà le bambine scomparse sono 6.

Visto che si pensa che la sesta bambina è ancora viva, viene contattata Mila Vasquez esperta nel ritrovare i bambini scomparsi. La migliore nel suo campo.
Mila non si integra subito nella squadra capitanata dal Dottor Goran Gavila. E’ l’ultima arrivata e non conoscendo come si muove la squadra, viene quasi sempre lasciata indietro. Inizialmente solo Boris, la considera, poi piano piano riesce a farsi rispettare anche dal Stern, Il Dottor Gavila. Ma non da Sarah Rosa che proprio non la digerisce, e trova sempre un’occasione per metterla in imbarazzo, in ombra e  a smontare ogni sua intuizione.

La squadra viene accompagnata per mano dal serial killer, alla ricerca di tutti i pezzi, di tutte le storie, che li porteranno a ritrovare i corpi delle povere bambine, alle quali è stato tagliato il braccio sinistro.
Il serial killer, ha un disegno molto particolare, strano, che si fa fatica a capire.

Mila è in gamba, e piano piano  smonta e rimette insieme ogni singolo tassello, è così che la squadra inizia a prenderla in considerazione. Ed è così che che tra lei e il Dottor Gavila, inizia ad esserci una certa simpatia. Una simpatia palpabile, di quelle che prima o poi scoppiano in una passione travolgente.

Carrisi, ci accompagna in una storia ben strutturata, con un disegno definito e chiaro.
La squadra alla fine, non ne uscirà bene, sarà provata e smembrata, ma resteranno comunque una grande famiglia, e come le grandi famiglie sanno fare si sosterranno a vicenda.

 

E’ il primo dei due romanzi del filone con Mila Vasquez.. e io non vedo l’ora che Random.org generi il numero che corrisponde all’altro romanzo con lei.

“Li chiamiamo mostri perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo diversi.”

Perché un uomo ha dei punti deboli e può essere catturato. Un mostro no.

La sofferenza ha un compito. Serve a ricomporre i legami tra le cose dei vivi e quelle dei morti. E’ un linguaggio che sostituisce le parole.

La morte è una signora molto seducente.

I bambini sanno spremere la felicità da tutto quello che gli capita.

Concluse che il bene e il male spesso si confondono. Che l’uno a volte, è lo strumento dell’altro e viceversa.

Sono più spesso le tragedie umane che i successi  a legare le persone, pensò Mila.

“Stiamo accanto a persone di cui pensiamo conoscere tutto, invece non sappiamo niente di loro.”

“Perché se c’è una cosa che ho imparato, è che il buio ci chiama, ci seduce con la sua vertigine. Ed è difficile resistere alla tentazione… quando torno fuori insieme alla persona che ho salvato, mi accorgo che non siamo soli. C’è sempre qualcosa che ci viene appresso da quel buco nero, rimanendoci attaccata alle scarpe. Ed è difficile sbarazzarsene”

In un istante, gli uomini della squadra si sistemarono intorno all’auto di Bermann. Ognuno occupò un posto d’osservazione, disegnando nuovi punti cardinali. Era come se dai loro occhi partissero le coordinate di una griglia che copriva ogni centimentro  quadrato, senza tralasciare nulla.
Mila seguì Goran alle spalle del’autovettura. 
Il cofano era aperto, così come l’aveva lasciato l’agente che aveva rinvenuto il corpo. Goran si sporse in quell’antro, e Mila fece altrettanto.
Non vide il cadavere, perché all’interno del bagagliaio c’era soltanto un grande sacco nero di plastica dentro cui si intuiva la sagoma del corpo.
Quello di una bambina?
Il sacco aveva aderito perfettamente al fisico, adattandosi ai tratti del viso e assumendone la forma. La bocca era spalancata in urlo muto. Come se l’aria fosse stata risucchiata da quella voragine scura.
Come una sindone blasfema.
Anneke, Debby, Sabine, Melissa, Caroline… O era la numero sei?
Si potevano distinguere le cavità oculari e il capo riverso all’indietro. Il corpo non era abbandonato mollemente; al contrario, la postura degli arti era rigida, come se fosse stato fulminato in uno scatto repentino. Mancava un braccio. Il sinistro.
<<Va bene, cominciamo con l’analisi>>, disse Goran.
Il metodo del criminologo consisteva nel porsi delle domande. Anche le più semplici e, in apparenza, insignificanti. Domande a cui tutti insieme avrebbero cercato di dare risposte.
Anche i questo caso, ogni opinione era ben accetta.
<<Prima di tutto l’orientamento>>, iniziò. <<Allora, ditemi: perché siamo qui?>>
<<Comincio io>>, si offrì Boris che si trovava dal lato del guidatore. << Siamo qui per via di una carta di circolazione smarrita>>

Troppa perfezione può anche stancare.

Com’è unica la sensazione di essere scoperta per la prima volta da qualcuno, pensò Diana.

Chi si dedica alle parole non può essere toccato dalle brutture del mondo.

“Il male è quell’anomalia davanti agli occhi di tutti ma che nessuno riesce a vedere”.

nessuno l’ammette mai, ma la morte delle persone a cui vogliamo bene ci perseguita come un debito impossibile da pagare.

A ogni modo, le prime volte, belle o brutte che fossero, creavano un ricordo indelebile e una strana magia. E contenevano una lezione preziosa da spendere per il futuro. Sempre.

Non voglio farle cambiare idea, ma alcuni pensano che salvaguardare la componente malvagia della natura umana sia indispensabile per la conservazione della nostra specie. 

Ma ad un certo punto si era detto: se un gioco fa paura, allora forse non è soltanto un gioco.

Un esercito per resistere ha bisogno di una guerra.

 

 

L’estate scorsa ho voluto leggere il mio primo Carrisi, e lessi il Tribunale delle anime. Quando poi ho scoperto che usciva il suo nuovo libro, e proprio con gli stessi protagonisti, non ho resistito.

Sono andata alla presentazione del libro, al Circolo dei Lettori, e me lo sono fatta anche autografare 🙂 Ok, smetto di vantarmi!

I protagonisti, come dicevo, sono sempre l’agente Vega e il penitenziere Marcus. Un bel thriller, che ti tiene incollato alle pagine. Il precedente libro ho provato a farlo leggere al marito, ma non ci sono riuscita. Così gli ho fatto leggere il prologo di questo e ha detto che è intrigante.

Marcus non ha mai smesso di “vegliare” su Sandra, ovviamente lei non lo sa. Si ritrovano, e la tensione tra loro è palpabile. Io, sinceramente speravo che tra loro potesse accadere qualcosa, ma spero nel succesivo, anche se molti sperano di no. Perché ci sarà un successivo, vero C arrisi, vero????

L’assassino in questo libro è molto efferato, cattivo, e molto crudo. Viene definito il “killer delle coppiette” e dal nome si può intuire il perché. La storia è davvero ben scritta e svela particolari al momento giusto, Così da gustarci meglio il libro.

Sandra farà vedere le sue qualità, e se anche con non poche difficoltà, si farà valere. Certo, con l’aiuto di Marcus, che sarà provvidenziale e finalmente ricorderà alcune cose del suo passato.

Consiglio vivamente di leggere questa bella storia tutta italiana!!

Le case non mentono mai. Le persone, quando parlano di se, son  capaci di crearsi intorno delle sovrastrutture a cui finiscono perfino di credere. Ma il luogo in cui scelgono di vivere, inevitabilmente, racconta tutto di loro.

La natura spinge gli uomini a essere ottimisti, si disse è fondamentale per la sopravvivenza della specie trascorrere i pericoli potenziali, concentrandosi solo sui più probabili.

I bambini non hanno bisogno dei ricordi, imparano dimenticando.

Quando il presente è così intenso, non ti serve un passato.

La paura più grande di ogni essere umano, anche di quello che ha scelto di vivere come un eremita, non è la morte, ma morire da solo.

Perché il cuore di un uomo o di una donna non ha bisogno di cogliere “segni” a volte, fra miliardi di persone basta trovarsi.

Quante persone si incontrano casualmente e poi si lasciano andare come se niente fosse, senza sapere di essere perfette l’uno per ll’altra.

La sofferenza produce strani effetti. Indebolisce, e rende più fragili. Ma nel contempo rafforza la volontà che credevi di poter tenere a bada. Il desiderio di infliggere agli altri lo stesso dolore come se la vendetta fosse l’unico rimedio per placare il proprio.

In ogni individuo esiste qualcosa di innato, che va al di là della coscienza di se, dell’esperienza accumulata e dell’educazione ricevuta una scintilla che identifica ogni uomo più del suo o del suo aspetto.

La morte si prendeva i ricordi, anche quelli più belli, e li inseminava col dolore, rendendo insopportabile la memoria. La morte diventava padrona del passato. Il dubbio era peggio, si rendeva il futuro.

La vita è l’unico antidoto al dolore, si disse Marcus.

Il male non si nasconde nel buio. E’ nell’ombra. E’ li che riesce a falsare le cose.

 

Finalmente mi sono decisa a leggere qualcosa di Carrisi. Ne avevo sempre sentito sempre parlare, così mi sono decisa.
Lo avevo visto quasi tre anni fa, al salone del libro alla presentazione di un suo libro, era “accompagnato” da Geppi Cucciari.

Nella biblioteca del mio paese era disponibile questo, così l’ho preso, ed è stata una piacevole sorpresa. Infatti l’ho divorato.

Il libro è scritto bene, e la trama è ben intrecciata, unisce in maniera abile sacro e profano.
La storia racconta dei penitenzieri, un gruppo di preti particolari, che ha accesso al più grande archivio del  mondo.
La protagonista è una donna, Sandra, una poliziotta della scientifica alle prese con l’elaborazione del lutto del marito, un foto reporter. Nonostante i suoi mille dubbi sulla morte accidentale del consorte, decide di far tacere le sue domande. Ma tutto questo dura solo qualche mese, quando una sera riceve una telefonata che la spinge a cercare la verità, a Roma.

Le sue indagini si intrecciano in maniera perfetta ai vari casi a cui la polizia di Roma sta indagando.
A Sandra viene stravolta letteralmente la vita. Gli indizi lasciati da marito, che solo lei può capire, interpretare le causano sempre più dubbi e angoscia. Ma sa perfettamente che per poter andare avanti, lasciar andare il marito deve trovare la verità, e solo aiutando i colleghi di Roma può riuscirci. Senza dimenticare che ci sono anche loro, i penitenzieri. Agiscono nell’ombra, non in maniera pulita, eppure lei si fida di quell’uomo con la cicatrice sulla testa: Marcus.

 

Il libro mi ha fatto scoprire un lato della Chiesa, i penitenzieri, che non conoscevo, e credo che pochi sappiano. Non vi dico molto si di loro ho paura di fare spoiler, ma vista la nota storica credo siano esistiti per davvero, e chi lo sa, magari esistono ancora.

Questo non è proprio il mio genere, ma credo che approfondirò la conoscenza con Carrisi. Ha proprio la capacità di inchiodarti alle pagine, e lasciarti capire solo all’ultimo.

Davvero una piacevole scoperta!!! 🙂