Come sapete ho deciso di dedicarmi anche alle graphic novel e questo splendido libro l’ho trovato su instagram, ne ho sentito parlare da alcuni profili che seguo ed ho deciso di provare a leggerlo.

E che dire? Dico che dover aspettare l’anno prossimo per il secondo volume è davvero un’ingiustizia, come direbbe un celebre puffo.

In questa graphic novel si parla di olocausto, la malattia e la morte.

Karen è una bambina di 10 anni, siamo ad Upton Chicago nel 1968, vive con la madre e il fratello. E’ una bimba definita strana perché ama i mostri e i film horror, li ama talmente tanto che si identifica proprio in loro.
Un giorno al rientro da scuola scopre che la sua cara vicina è morta suicida, ma lei ci crede poco. Nonostante la sua giovane età, alcune cose, qualche dinamica non la convincono.
Decide di investigare a modo suo e scopre che Anka, la sua vicina, è una sopravvissuta all’olocausto, scopre anche un legame tra lei e suo fratello, che pare avere un segreto oscuro.

La storia la leggiamo da diario disegnato di Karen infatti le tavole sono disegnate su dei fogli a righe.

Una graphic novel potente, con tavole molto belle.
Il libro è poco maneggevole perché è molto grosso e pesante, ma la sia ‘pesantezza’ richiama appieno la difficoltà di vivere dei suoi personaggi.

Ve lo consiglio vivamente!! Io intanto attendo trepidante il prossimo volume!

Le protagoniste di questo libro, ambientato nella mia Torino, sono zia e nipote.

Zia Amalia, in Madama Peyran, è una donna molto oculata – anche troppo- sulle spese domestiche.
Durante tutto il libro, ripercorriamo la sua vita. Dall’arrivo a Torino, passando per un matrimonio durato veramente troppo poco, al presente.
Amalia dopo una breve corriera in una modisteria, diventa una soubrette di varietà. La sua fama è dovuta tutta alle sue gambe, lunghe gambe. Riesce a sposarsi con tutta una serie di sotterfugi, ma nel giro di poco diventa una vedova ricca.

Adelina è una ragazza di campagna, che viene mandata in città dalla zia, per studiare a diventare una signorina ‘a modo’. Adelina è una grande lettrice, divora un libro dopo l’altro, finché un giorno non ci riesce più. Le lettere diventano, per sua stessa ammissione, ballerine e metterle una dopo l’altra non è facile. A causa di questo inizia ad andare a male a scuola, ma non tutto è perduto, perché, non sa come, riesce a leggere con il naso!!
Sì, il naso, e non è semplicemente una cosa da ‘Mmmmh che buono il profumo di un libro nuovo’, questo avviene solo con i libri ‘vecchi’, quelli usati le mandano profumi, sensazioni di chi li ha letti prima di lei. Come mai? Si sa, i libri usati hanno più anima di quelli nuovi, ma questo potere può essere pericoloso, e soprattutto non tutti hanno buone intenzioni.

L’autrice ci accompagna molto bene, nella Torino bene degli anni ’50 e ci fa capire che le amicizie, quelle nate per caso, a causa di una punizione, sono sempre le più belle e le più sincere.
Ma soprattutto che i libri sono vita, e riescono a far cambiare idea sulla loro inutilità, anche a una persona stretta di vedute come zia Amalia.

I libri sono vita. I libri sono necessari. I libri sono tutto!

Non so nemmeno io se questo libro mi sia piaciuto o meno.
La lettura è sicuramente scivolata via senza intoppi e il libro in se mi ha gasata un sacco, ma col passare dei giorni, l’ho trovato un po’ banale e scontato.

Certo è che, chi si ritrova ad affrontare un periodo difficile, queste pagine danno spunti di riflessione, ma anche punti dai quali partire per affrontare un cambiamento.

Camille, ha decisamente un periodo no e durante una giornata molto, molto, difficile, incontra Claude che come lavoro fa l’abitudinologo.
Eh sì, a quanto pare soffriamo tutti di questa ‘malattia’.

Camille decide di prendere in mano la sua vita, di cambiare quelle cose che non vanno e che non le piacciono.
Claude è la persona giusta per aiutarla in questo percorso. Con una serie di sfide, la nostra protagonista, piano piano, giorno dopo giorno, buttando cartacce, dipingendo pareti, stravolge la su vita. La sistema, cambia quello che non le piace e si rinnova.

Non sarà il libro del secolo, ma sicuramente può essere un punto di partenza, in fondo non leggiamo anche per trovare aiuto, risposte, spunti di riflessione? Quindi perché no?

Una cosa molto carina secondo me, è che al fondo del libro ci sono le sfide, e degli imput con i quali si può mettere in azione, quello che viene raccontato nel libro. Una sorta di ‘glossario’, di recup, per avere tutto insieme e spuntare quello che piano piano si porta a termine. Questo secondo me un bel di più.

Conosco, seppur virtualmente, Gianluca che è a capo della casa editrice Umberto Soletti, fondata dal papà.

Quando ho scoperto che stava scrivendo un libro, non vedevo l’ora di avere il volume tra le mani. E finalmente è arrivato il suo momento, perché si sa, c’è un momento per tutto, anche quello della trasformazione

Sì perché questo breve romanzo, può essere la storia di ognuno di noi. La storia è di una ragazza conduce una vita normale, quasi anonima, ma che per una serie di eventi esce dal suo guscio e si trasforma in una cacciatrice di uomini.

Il libro non è altro che una lunga intervista a questa donna da parte di un giornalista. Un giornalista come tanti che vuole solo l’esclusiva della storia, non gli interessa il come, o il percorso della protagonista, gli interessa lo scoop, il colpo, la notorietà.

Il libro mi è piaciuto, e no, non è per ruffianeria. Mi è sembrato di essere lì ad ascoltare, è come se fossi stata davanti ad un film, la trasformazione l’ho proprio vista. Ho sentito tutto: dolore, solitudine, passione, lussuria..  il tutto è contornato meravigliosamente da una Torino assolutamente granata.

È come se questa donna alla fine avesse solo quello, il Toro, a tenerla in contatto con la realtà, ma forse nemmeno quello. Perché lei lo è, lei è perfettamente lucida, sembra non perda mai quel contatto.. ma si sa, il Toro è il Toro.

Giada Sundas è spassosa, non c’è molto da fare, almeno per me!
Ti parla di maternità in maniera divertente , ironica, non ti dice i segreti del mestiere perché di segreti ce ne sono davvero pochi.

Lei ti dice che non sei sola, che quando sbagli non succede nulla, e che nessuno è perfetto.
Ma soprattutto ti insegna a riderne.
Sembra banale, ma non lo è. Perché tutti fanno passare che la maternità sia una questione importante, imperiosa. Lo è ci mancherebbe, è il lavoro più difficile del mondo, ma lo si può fare ridendo. Anzi lo si deve fare!
Perché sbagliare è umano e ridere fa sembrare il ‘lavoro’ meno duro. E lo dice una persona che ultimamente ride davvero poco, troppo poco.

Giada mette a nudo, la sua anima materna per far capire a mamme come me,  che nel bene e nel male a tutte succede. A tutte succede, chi più chi meno, di avere la sensazione di non farcela, che capita di non riuscire a mettere a tavola prodotti biologici a chilometro zero, cucinati al vapore.. che è normale ‘voler staccare la spina’ la sera e dedicarsi del tempo per se stesse, senza sensi di colpa.

Essere mamme coraggiose oggi vuol dire, secondo me, riuscire a dire sono stanca, ridere se la cena è immangiabile, che urlare è liberatorio, e piangere sotto la doccia è terapeutico.

Siamo donne, mamme, mogli, compagne.. siamo coraggiose, non delle super eroine. Facciamo sempre del nostro meglio. Dobbiamo ricordarcelo. Sempre!!

Oggi vi voglio parlare di una graphic novel.
Mi sto avvicinando, piano piano, anche a questo modo di raccontare storie.

Una sera, mentre spulciavo nell’app della biblioteca, sono stata catturata da questo titolo e dalla copertina, ho letto la sinossi ed ho deciso che dovevo leggerlo. Ed infatti ho scelto bene.

La storia è autobiografica, e parla dell’accettazione, da parte di Fabien, della sua secondogenita Julia, nata con Trisomia 21. La sindrome di down per intenderci.
Gli esami non avevano evidenziato la sindrome, ma appena nata, Fabien ha capito subito. I medici e gli infermieri gli di che non era così, fino a quando non hanno riscontrato un problema cardiaco tipico proprio della trisomia.

Il libro fa emergere molto bene l’angoscia e il rifiuto, non solo della sindrome, ma anche della bambina.

E tu lettore non te la senti, non ce la fai proprio ad andare contro questo padre che fa fatica perfino a prendere in braccio la figlia, perché ti chiedi cosa faresti, come reagiresti.

E’ un viaggio, come dicevo sul mio profilo instagram, è un passo dopo l’altro verso l’amore, verso l’accettazione.

Arriva? Oh, sì certo che arriva, arriva nonostante i medici e le continue visite, i dubbi e i “come sarà?”, le paure che comunque una sindrome come quella comporta.

Questa graphic novel è amore, dolcezza, è lacrime, è tutto!
Ti entra in un modo che non te ne accorgi, va sotto la pelle. La sua dolcezza è pregnante, trasuda dalle pagine.

Mi è piaciuto davvero molto, non so se si è capito, ve lo consiglio vivamente!!!

Dopo Olimpia, Cinzia Giorgio ci racconta la vita di Margherita che avevamo lasciato a Parigi alla casa d’aste.

Le due donne si mettono in società alla pari e decidono di rilevare la vecchia bottega di Anselmo, lo zio di Margherita.
Cosa farne se non una libreria? Ma una libreria specializzata in classici, così Margherita lascia Parigi, per tornare nella sua Venezia.
In quella bottega ritrova una vecchia fotografia: lo zio, con una donna che al collo porta il suo stesso ciondolo.

La curiosità di scoprire chi sia quella ragazza, la porta a Firenze, da Emma e Nicoletta, due donne, madre e figlia. Senza farlo apposta, Nicoletta gestisce l’attività di famiglia: una libreria.
Emma nonostante la stanchezza e la salute un po’ precaria, decide che Margherita deve sapere tutta la verità.

Qui Margherita conoscerà Fulvio un ragazzo poco più grande di lei, bello, che ha scritto un romanzo e ha un segreto. Un brutto segreto che lo tormenta.
Ma si sa l’amore decide di manifestarsi sempre quando non lo decidiamo… Fulvio e Margherita si innamorano.
Ma quel segreto è come un brutto presagio sulla loro storia. Così Fulvio decide, alla fine, di dire tutta la verità a Margherita. E come lui sospettava, lei ne rimane molto turbata.. Ma forse non tutto è perduto..

Cinzia Giorgio questa volta ci parla di segreti, di amori difficili, ma soprattutto ci parlano di riconciliazioni.
Perché l’amore è la grande costante della nostra vita, e l’amore in tutte le sue forme, o quasi, ci aiuta a fare pace con noi stessi, con chi ci circonda, ma soprattutto ci insegna che è possibile andare avanti.

 

Questo libro l’ho letto parecchio tempo fa, ed era stato scelto nel gruppo di lettura della biblioteca.

Tratta un tema molto importante quale è il bullismo. Nonostante sia stato pubblicato degli anni ’90, ho trovato la tematica molto attuale.

Il libro parla del suicidio di Hannah Baker studentessa liceale.
Nel momento in cui Hannah prende la terribile decisione di togliersi la vita, decide di far sapere il perché ad un limitato numero di persone.
Registra delle cassette audio, di quelle che vanno nei walkman, e ogni lato di ogni cassetta riguarda un suo compagno di scuola, o no?
Le cassette sono sette, le persone tredici, ognuna di loro ha fatto sì che Hannah si sentisse sola, che fosse soggetta ad atti bullismo.
Ognuna di loro ha creato l’effetto farfalla che l’ha portata alla fine.

Noi viviamo la storia con gli occhi, meglio dire orecchie di Clay. Uno dei destinatari delle cassette.
Il ‘gioco? funziona così: ogni persona riceve la cassette, ascolta i nastri e, una volta che li ha terminati li passa alla persona successiva. Bisogna ascoltarli in ordine e tutti devono ascoltare tutto, perché nessuno dei destinatari sa a che punto della storia si trovi. Se la catena si interrompe, i nastri verranno resi pubblici. Ma da chi e come non è dato sapere.

Clay, è giusto un attimo in ansia, e si chiede spesso perché lui sia in quei nastri, Cosa ha fatto per portare Hannah al suicidio?

Il libro fa ben vedere come un fatto, seppur accaduto, ma ingigantito solo per farsi ‘belli’ davanti agli amici possa creare danni enormi.
Come una voce, per alcuni innocua (e non veritiera), possa creare dei gran danni al diretto interessato.

 

Netflix ha fatto diventare il libro, una serie tv, a mio avviso molto bella e davvero ben fatta. Nella serie troviamo alcuni personaggi che vengono approfonditi, cosa che nel libro non accade.
Alcuni personaggi di questa serie serie arrivano da altre serie e sono contenta di vederli altre vesti.

Se non si era capito approvo libro e serie! Meno male che esiste Netflix!! 🙂

E’ stato il primo libro di questa autrice e non mi è molto chiaro perché non mi ispirasse. Quando ho letto che era una saga famigliare ero molto scettica, non ho un gran rapporto con questo genere, o sono tristi o non mi sono mai piaciute quelle che ho letto in precedenza.

Quindi come mai questa volta è diverso? Triste è triste, ma come mai ne sono rimasta invischiata, ancora non mi è chiaro. Fatto sta che l’ho letto in quattro giorni, e con i ritmi che ho è davvero strabiliante.

Ci troviamo a Dublino e ci sediamo a guardare la famiglia Emilianides che sono immigrati ciprioti.
Li conosciamo già al completo: Alexia la primogenita, Mitros il secondogenito è disabile, una malattia nei primi mesi di vita ne ha inficiato la parola, le espressioni e le abilità motorie.
Melina la terzogenita, bambina responsabile e sempre disponibile.
Phillida la mamma, severa ma molto affettuosa con Mitros, lo adora quasi fosse oro.
E infine il papà Ari. Gran lavoratore e molto innamorato della moglie e della famiglia, ma abbattuto perché tutto ruota intorno a Mitros.

Il libro è una lunga conversazione, fatta di digressioni e sui ricordi della famiglia, tra le due sorelle.

Alexia è tornata a Cipro insieme ai genitori, Melina invece è rimasta Dublino ed è trincerata dietro un silenzio assordante. Il primo della sua vita così forte, così doloroso.
Melina ha bisogno di aiuto, ha bisogno della famiglia ma mai come in quel momento Cipro e l’Irlanda sono così distanti.
Alexia è intenzionata ad aiutare la sorella in tutti i modi, nonostante per il padre la figlia sia morta.

Ma cosa mai avrà fatto, di così terribile, Melina?

Lo si scopre piano piano, La Dunne è molto brava a darti la soluzione del mistero in modo lento, ma non snervante, ti aiuta a capire tutti i personaggi, le loro caratteristiche e i loro caratteri e come sono mutati nell’arco della vita.

Il mio personaggio preferito è Melina. L’ho trovato ben strutturato, una donna, una figlia sempre presente, sempre responsabile. Sempre pronta a prendersi cura di tutti: il fratello prima, la madre poi, la sorella Alexia.. ma nel momento in cui è lei ad aver bisogno di aiuto e sostegno, dove sono tutti? Perché nessuno si è accorto che anche lei aveva bisogno di essere vista?
Alexia questo problema non lo ha mai avuto, lei era la ribelle, e questo la faceva vedere, sentire, ma siamo proprio sicuri che fosse lei la ribelle?

Perché quando si passa la vita a prendersi cura degli altri, quando arriva il bisogno di prendersi cura di se stessi non si è in grado di farlo.

Se le autobiografie/biografie fossero tutte così, il mondo sarebbe un post migliore!
Scusatemi, ma dovevo dirlo!!!

Non sono solita leggere questo genere di libri, e l’unico che ho letto del genere non mi ha entusiasmato. Anzi ho proprio fatto una gran fatica. Ma questo no, nonostante non ci abbia messo proprio poco, causa enorme stanchezza, mi è piaciuto moltissimo.
Scrittura fluida, non pesante, storia scritta bene e in modo che scorra senza troppi problemi. Devo dire che probabilmente era il libro giusto al momento giusto.

Tutti noi almeno una volta nella vita siamo incappati nel video in cui una donna è seduta al MoMa di New York, e davanti a se si siede un uomo, e lei si mette a piangere..

Bene lei è Marina Abramovic, lui è Ulay, il suo grande amore. Video potente, video emozionante.. video immenso.

Immensa è la parola giusta per definire questa Donna da un carisma molto forte..
Non la conoscevo, quindi sono stata più che contenta di leggere questa sua autobiografia.

Marina Abramovic è una performer. Un’artista performer. Non è una pittrice, non è scultrice.. la sua arte è astratta. Astratta perché le sue opere non si possono rivedere, a meno che non siano state filmate o fotografate. La sua arte è lei. Lei è l’opera. Lei è il centro di tutto, ma non perché si sta parlando della sua vita, ma perché lei ha fatto della sua vita l’opera.

In questo libro ripercorre la sua infanzia, molto dura, fatta di poco amore, di molta durezza, di poche carezze, ma di tante regole. Nonostante fosse sposata, per esempio non poteva vivere con il marito e doveva rientrare a casa alle 22.

Ma si parla soprattutto delle sue performance e dei suoi due grandi amori, Ulay e Paolo.

Agli inizi della carriera Marina fa delle perfomance molto forti, basate principalmente sul dolore fisico, si ferisce volontariamente, mette a nudo il suo corpo per testarne anche un po’ i limiti.
La performance che più mi ha colpito, positivamente, per quanto forte e pericolosa, è quella che fece a Napoli nel ’75 dove lei mise a disposizione 72 oggetti che potevano essere usati su di lei in qualsiasi modo uno volesse. Mise a disposizione anche una pistola e un proiettile.
Ammise di aver avuto paura quando un uomo prese la pistola, la caricò e gli e la puntò contro.
Lei restò immobile per sei ore, nonostante il dolore, nonostante il sangue, nonostante tutto lei arrivò alla fine.

In alcuni momenti di lettura, soprattutto quelli in silenzio e senza il sottofondo di cartoni, mi è sembrato proprio di essere seduta con lei, e lei che mi raccontava.
Mi raccontava di viaggi in Tibet, in templi, in ritiri dove non parlava, non mangiava, di guaritori, di rinascite spirituali, di connessioni con il suo io più profondo.
La capacità di questo libro è quella di accompagnarti nella trasformazione della sua arte, e di arrivare a oggi e capire come mai agisce in certo modo, ma soprattutto a farti capire che non riuscirai ad indovinare il suo progetto successivo.

Oggi Marina Abramovic ha un suo istituto, un suo metodo che viene spiegato, che viene insegnato anche a persone dal nome Lady Gaga.
Ci sono alcune cose che invidio a questa donna immensa, e una di queste sono le amicizie, le conoscenze. Parliamo di Willem Dafoe, Susan Sontag, Lady Gaga, Lou Reed..
E ogni volta che approfondisci un personaggio, famoso o meno, ci sono anche cose mi hanno un po’ deluso… ma di quelle  un giorno ne parleremo..

Vi consiglio di approfondire questa Artista.. perché sì, lei lo è, anche se non ci sono tele o statue da ammirare.