In un istante, gli uomini della squadra si sistemarono intorno all’auto di Bermann. Ognuno occupò un posto d’osservazione, disegnando nuovi punti cardinali. Era come se dai loro occhi partissero le coordinate di una griglia che copriva ogni centimentro  quadrato, senza tralasciare nulla.
Mila seguì Goran alle spalle del’autovettura. 
Il cofano era aperto, così come l’aveva lasciato l’agente che aveva rinvenuto il corpo. Goran si sporse in quell’antro, e Mila fece altrettanto.
Non vide il cadavere, perché all’interno del bagagliaio c’era soltanto un grande sacco nero di plastica dentro cui si intuiva la sagoma del corpo.
Quello di una bambina?
Il sacco aveva aderito perfettamente al fisico, adattandosi ai tratti del viso e assumendone la forma. La bocca era spalancata in urlo muto. Come se l’aria fosse stata risucchiata da quella voragine scura.
Come una sindone blasfema.
Anneke, Debby, Sabine, Melissa, Caroline… O era la numero sei?
Si potevano distinguere le cavità oculari e il capo riverso all’indietro. Il corpo non era abbandonato mollemente; al contrario, la postura degli arti era rigida, come se fosse stato fulminato in uno scatto repentino. Mancava un braccio. Il sinistro.
<<Va bene, cominciamo con l’analisi>>, disse Goran.
Il metodo del criminologo consisteva nel porsi delle domande. Anche le più semplici e, in apparenza, insignificanti. Domande a cui tutti insieme avrebbero cercato di dare risposte.
Anche i questo caso, ogni opinione era ben accetta.
<<Prima di tutto l’orientamento>>, iniziò. <<Allora, ditemi: perché siamo qui?>>
<<Comincio io>>, si offrì Boris che si trovava dal lato del guidatore. << Siamo qui per via di una carta di circolazione smarrita>>

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